La dipendenza affettiva

La dipendenza affettiva

Dipendenza affettiva:

Nell’accezione comune la dipendenza viene quasi sempre connotata in maniera negativa associando all’opposto l’indipendenza alla possibilità, per l’individuo, di non essere vincolato a nulla e perciò libero.

In realtà, ognuno di noi fin dalla nascita è coinvolto in una relazione di dipendenza con le figure di riferimento primarie ed in particolar modo con la madre. Sarà in questa relazione, se positiva, che il bambino potrà sentirsi riconosciuto in ogni suo aspetto emotivo, senza dover aderire a modelli mentali inconsci genitoriali che nulla hanno a che fare con le reali sue caratteristiche. E’ proprio questa dipendenza a consentire innanzitutto la sopravvivenza e, successivamente, uno sviluppo sano per cui diventa possibile intrecciare, nel futuro, relazioni soddisfacenti basate su una “sana” dipendenza.

Possono esserci però delle distorsioni rispetto ad un andamento di questo tipo, che possono portare a forme di dipendenza affettiva patologiche:

“Dei buoni amici dissero a mia madre che io ero triste, che mi avevano visto pensieroso. Mia madre mi strinse a lei con un sospiro: “tu sei così gioioso, sei sempre così canterino! Possibile che tu ti lamenti di qualcosa?”. Aveva ragione lei (…) mia madre continuava a dirmi che io ero il più felice dei ragazzini. Come potevo io non crederle dato che questo era vero?” (J.P.Sartre)
La citazione, tratta dalla autobiografia di Sartre, allude ad una sua esperienza infantile di sentirsi come irrilevante e trasparente nel mondo della propria madre, e inautentico, nella impossibilità di differenziare sé stesso dalle aspettative inconsce di lei. Viene descritta una relazione rigida, insomma, che non consente il riconoscimento e l’assimilazione della differenza e della molteplicità fra il mondo psichico della madre e quello del bambino.

Trattandosi di una relazione primaria da cui si dipende per sopravvivere, il bambino farà di tutto per aderire a dei modelli materni imposti, tagliando via una parte di sé autentica ma avvertita come una minaccia alla relazione stessa e avviando, all’opposto, la formazione di una struttura del sé fondata su un oscuro senso di vergogna e un obbligo ad auto sostenersi sforzandosi di coincidere con la versione ideale di sé “indotta” implicitamente dai genitori per vie prevalentemente non verbali. In questi casi sono i genitori stessi a operare delle negazioni nei confronti dei propri affetti, cosicché ciò che di sé stessi presentano al figlio è quanto loro stessi non possono ospitare internamente ed è perciò trasmesso senza mediazioni di parola, come affetto diretto privo di trasformazione. Il risultato sarà una divisione tipica della personalità del bambino che si esprime in una difficoltà a sostenere propri desideri ed iniziative e nella coazione automatica e incoercibile a conformarsi alla realtà psichica degli altri in un adattamento alienante e poco autentico.

Per meglio comprendere cosa si intende per dipendenza affettiva si può far riferimento al caso in cui una persona rimane legata sentimentalmente ad un’altra anche se la relazione non viene avvertita come soddisfacente. Nel fare questo il dipendente affettivo cerca in ogni modo di rimettere in atto un modello relazionale inconscio in cui è stato “costretto” a tagliare via parti di sé, in quanto non riconosciute, per aderire alle aspettative dell’altro. Ciò che ne può derivare è l’incapacità dell’individuo di riconoscersi nei suoi reali bisogni e desideri appiattendosi completamente su quelli altrui mantenendo, in questo modo, il legame con la persona amata come estremo inconscio tentativo di riattualizzare la relazione primaria e poter così sanare la propria ferita interna.

La relazione terapeutica in cui viene trattata la dipendenza affettiva diventa così uno spazio protetto in cui la persona può essere riconosciuta nei suoi aspetti più autentici, anche controversi, senza che ciò generi sentimenti di colpa o vergogna né timore di mettere a rischio il legame. Nel tempo questo lavoro può consentire l’emergere di una dipendenza “sana” con il terapeuta grazie alla quale diventa possibile, per l’individuo, riappropriarsi di aspetti del proprio sé che lo porteranno ad essere meno aderente alle aspettative altrui e perciò maggiormente indipendente. In questo modo la relazione con l’altro non ruoterà più intorno ad un vuoto da colmare ma potrà essere vissuta come opportunità per un arricchimento reciproco.

 

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