Dallo psicologo: non aprite quella porta

Dallo psicologo: non aprite quella porta

Dallo psicologo:

Non aprite quella porta

di Flavia Cavalero

 

Proprio non avevo idea di cosa sarebbe successo dietro a quella porta. Non avevo idea nemmeno di che faccia avesse lei. Sì, perché di una lei si tratta, pensandoci non so se ci sarei andata da un uomo. Meglio una donna… porco cane, avessi almeno chiesto quanti anni ha. Spero che non sia una troppo giovane, che di sicuro non potrebbe capirmi. Magari giovane e pure single e senza figli, che ne può sapere e capire della mia vita? Ma non la voglio nemmeno vecchia, che la mamma ce l’ho già e una mi basta. E se ha la mia età che faccio? Racconto i cazzi miei a una mia coetanea, chissà cosa penserà poi, chissà che belle risate si farà a vedere che io, alla sua età, non ho fatto tutte le cose che lei ha fatto, non sono arrivata nemmeno a uno dei traguardi che lei invece ha raggiunto? Forse sarebbe stato meglio un uomo, che le donne quando sono stronze, sono stronze forti. Un uomo invece se ne frega di tutte quelle cose, il confronto, la competizione femminile, il soffitto di cristallo. Sì, forse avrei dovuto scegliere un uomo, però poi magari mio marito ci sarebbe stato male o si sarebbe ingelosito. Va beh ormai…

Mi sentivo un po’ come si sentono le donne incinte che si chiedono che faccia avrà il figlio. Avrei potuto anche chiedere qualche informazione in più alla mia amica, ma un po’ l’imbarazzo, un po’ che non mi veniva in mente niente ed è andata così. Chiarirò i miei dubbi solo quando la conoscerò. So che devo pure fare attenzione a non arrivare in anticipo, ho letto che gli strizzacervelli controllano tutto quello che fai: se arrivi prima sei ansiosa, se arrivi tardi sei depressa, se arrivi in orario sei ossessiva. Ecchecazzo, lo sapevo che se me ne stavo a casa facevo meglio. Ormai ci sono. Suono il citofono. Nessuno risponde, ma qualcuno mi apre il portone.

Lo studio è al piano terra, sul pianerottolo c’è una che mi sorride. Sarà lei? Che cazzo avrà da sorridere? Mi presento, lei dice «Si accomodi» e indica una stanza. Non mi ha dato nemmeno il tempo di vedere l’ingresso e, mentre ci sto pensando, mi viene un dubbio: se mi scappa la pipì che faccio, glielo dico? Me la tengo e mi precipito in un bar appena esco? O cazzo, speriamo che non mi venga da pisciare altrimenti questa avrà da ridire anche su quello! Entro nella stanza, è piccola… avrà una sala di attesa? Se dovessi arrivare in anticipo dove aspetto? Mica mi farà stare fuori, magari sto nell’ingresso che non ho visto. Sì ma se qualcuno sta lì mentre io parlo, sente tutto quello che dico. Che posto di merda. Non ho il tempo di squadrare con calma la stanza perché lei inizia a chiedere cose, mentre le parlo cerco di scrutare l’ambiente, ma come faccio a sentirla, risponderle, guardarla e guardarmi anche intorno? Mi concentro su di lei. Più o meno abbiamo la stessa età, proprio quello che mi secca di più, proprio quello che non volevo. È una normale, carina, vestita benino. Ha i capelli corti, mentre io li ho lunghi, veramente li ho sempre portati corti anche io, ma adesso è un po’ che non vado dal parrucchiere… anche per questo sono qui. Che sembra incredibile. Figurati se le dicessi «Cara la mia strizzacervelli, sono qui perché mia sorella pensa che io abbia qualcosa che non va perché non vado più dal parrucchiere», come minimo mi direbbe di portarci anche lei. Ha i capelli rossi. È da un po’ che penso di tingermeli così anche io, ma non ho il coraggio. Poi sai che si dice che le donne, quando invecchiano e vogliono sembrare giovani, si tingono i capelli di rosso.

La prima cosa che mi colpisce sono le sue scarpe. Cazzo se sono fighe, chissà dove le ha comperate, o forse gliele hanno regalate. Una che indossa scarpe così deve averne tante, perché sono di quelle impegnative, che te le comperi solo quando ne hai altre per il cambio. Non puoi metterle con qualsiasi cosa. Minchia quanto mi piacciono le scarpe, minchia quanto mi piacciono le sue scarpe. Lei mi chiede cosa mi abbia portato lì; affabulo una storia, più o meno, dico e non dico. In fondo chi cazzo sei tu e perché ti devo raccontare i fatti miei che non mi hai dato nemmeno il tempo di guardarmi intorno e mi hai fatto accomodare sulla tua sedia della verità? Si deve essere accorta della mia diffidenza e, allora, mi spiega del segreto professionale, mi incoraggia sul fatto che niente di quanto ci diremo uscirà da quella stanza. Io penso che sia vero, a meno che non ci sia qualcuno che aspetta il suo turno nell’ingresso… ma tutto sommato è la prima cosa che mi rassicura un po’. Più che parlare io, vorrei che parlasse lei. Vorrei capirne di più, ho un sacco di domande da farle, ma non mi azzardo, e allora racconto qualcosa di me. Cazzo sono passati quarantacinque minuti e non me ne sono nemmeno accorta. Finalmente parla lei. Da una parte mi va bene perché risponde a quasi tutte le domande che avrei voluto, ma non ho osato, farle, dall’altra mi fa pure un po’ incazzare perché non fa nemmeno un commento su quanto le ho raccontato.

«Ci vedremo una volta a settimana, non so dirle per quanto tempo. Ogni incontro durerà quarantacinque minuti. Sarebbe meglio fissare un giorno e un orario e non spostarlo se non in casi eccezionali. Se lei non potesse venire a un appuntamento, mi deve avvisare almeno due giorni prima, altrimenti pagherà comunque l’incontro perché io tengo lo spazio per lei. Il mio onorario è di settanta euro a colloquio, può pagare di volta in volta o a fine mese. Le farò una fattura a fine mese. Il prossimo incontro lo dedichiamo alla condivisione del consenso informato, così possiamo parlarne in modo approfondito prima che lei lo firmi.» E una fetta di culo panata no? Ma fammi capire, se vengo pago e se non vengo pago lo stesso. Settanta euro a volta vuol dire duecentottanta euro al mese. Al quarantacinquesimo minuto mi cacci fuori dallo studio. Il prossimo incontro hai già deciso che lo passiamo a leggere un modulo del cazzo, che anche il dentista te lo fa firmare ma mica gli lascio settanta euro, né sto lì un’ora per parlarne. Eh no carina, io non ci sto. Tu non mi vedrai più. Me ne cerco un’altra. E poi anche ‘sta cosa che abbiamo la stessa età e ti devo raccontare i cazzi miei, ma ci diamo del lei. Come si fa a raccontare la propria vita a una, dandole del lei? Non ci penso nemmeno di tornare, fisso l’appuntamento pensando che così mi tolgo da lì e poi le telefono, magari dopodomani, e con una scusa disdico tutto. Che, pensandoci, non c’era nemmeno il lettino… nooo, non ci torno affatto. Settanta euro e nemmeno il lettino. Almeno spiegami perché non ce l’hai ‘sto cavolo di lettino. Uno che va dallo strizzacervelli se lo aspetta, se non c’è, devi dirmi perché manca.

La sera mio marito arriva con un mazzo di fiori «Lo so che non ti porto fiori da una vita, ma tu oggi hai fatto una cosa che va festeggiata.» Ecco, vaffanculo a te e ai fiori. Gli racconto più o meno dell’incontro, che lei mi è piaciuta ma non troppo e che, soprattutto, penso sia il caso di lasciare perdere perché sono davvero tanti i soldi da sborsare. Il mio lavoro ancora non ha ingranato e, per ora, ho avuto solo spese. Apri la partita Iva, poi il commercialista, poi le tasse per la pensione, compera il pc nuovo, prendi qualche libro per aggiornarti, cambia la scrivania… non è proprio il momento per spendere tutti ‘sti soldi. E poi, guarda il caso, ho incontrato la compagna delle superiori di mia sorella. Anche lei fa la psicologa, magari se vado da lei, che conosce me e tutta la mia famiglia, mi fa pagare di meno. Magari le dico che ci vado solo ogni tanto. Insomma, è più facile se provo con lei. Ho solo visto sbiancare il volto di mio marito e poi addio timpani. Si è proprio incazzato e me ne ha dette di ogni.

«Cazzo, ti fumi trenta sigarette al giorno. Sai quanto spendi per quelle sigarette di merda? Che poi, da quando non lavori più, trenta nemmeno ti bastano. E quanti vestiti hai nell’armadio? Quanti soldi hai speso in vestiti che neppure metti? E la palestra? Ci vai forse gratis, no, perché tu hai pagato l’abbonamento e nemmeno ci vai più! E la signora delle pulizie? Adesso che non lavori puoi lasciare pure lei a casa, a casa sua però! I soldi sono solo una cazzo di scusa. Che magari ti dai pure più da fare se devi pagare la psicologa, che i clienti bisogna cercarli, andare a trovarli. Non basta mandare una mail o scrivere cazzate sul sito. Non arrivano da soli.» Minchia, stavolta ha sbottato. Se è arrivato a dire di lasciare a casa la signora delle pulizie vuol dire che ha proprio sbottato. Lui è quello che quando sente che qualcuno è stato lasciato a casa dal lavoro si incazza un sacco ed è sempre dalla parte dei lavoratori. È proprio fuori di sé per dire una cosa del genere. Meno male che siamo a cena da soli. Avrei fatto una pessima figura davanti a mia figlia e chissà come ci sarebbe rimasta male lei. Abbiamo sempre evitato di coinvolgerla nelle nostre beghe, su questo siamo stati sempre d’accordo. Ma è talmente incazzato stavolta che non so se si sarebbe trattenuto. Così, caro diario, ci sono tornata eccome dalla tipa e con la coda tra le gambe.

 

 

Racconto tratto da (per gentile concessione):

Flavia Cavalero, Mi ci hanno mandata. Ovvero un approccio possibile alla psicoterapia, Ciesse Edizioni, 2016.

 

Invia commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share This