MODELLO DI INTERVENTO PER L’ADOLESCENZA

MODELLO DI INTERVENTO PER L'ADOLESCENZA

  • PRESUPPOSTI TEORICI

È un modello di consultazione e presa in carico dell’adolescente, basato sull’idea che la crisi del giovane paziente esprime un blocco nella realizzazione di compiti evolutivi fase-specifici.

Il modello coniuga teoria evolutiva e teoria psicoanalitica nella definizione dei compiti evolutivi. Sul versante della teoria psicoanalitica si basa sulle teorizzazioni di Franco Fornari (la teoria dei codici affettivi) che considera l’inconscio una “centrale di simbolizzazione”. Si sottolinea la tendenza umana a significare e a simbolizzare, in nome della sopravvivenza della specie, secondo dei significanti universali (coinemi). Padre, madre, figlio, uomo, donna, fratello sono dei significanti primari ed universali, usati dall’inconscio per generare significati ed orientare così gli individui nella realtà tipicamente sociale dell’uomo. In questo modello l’inconscio non ha solo il ruolo di interpretare la realtà ma anche di orientare le scelte dei singoli con un fine adattivo per la specie.

Dunque ai concetti di codice affettivo e ruolo affettivo si affianca quello di compito affettivo che si definisce in funzione dei compiti evolutivi correlati alle diverse fasi del ciclo di vita individuale e familiare. La famiglia interna (costituita dai coinemi madre-padre-figlio-etc) è un insieme più o meno coerente e democratico di ruoli affettivi con propri compiti ed ideali. In questa ottica la sofferenza mentale non è collocata nella persona, ma è da ricercare nell’intreccio tra individuo, i propri bisogni evolutivi e il contesto, la cultura affettiva, l’ambiente in cui è immerso.

L’adolescenza è una fase in cui compaiono nuovi processi di simbolizzazione, nuove competenze, nuovi contenuti (trasformazioni corporee ad esempio), nuovi ruoli e nuovi compiti.

Sono individuati quattro compiti evolutivi fase-specifici in adolescenza, ognuno dei quali può comportare un blocco specifico:

  • il processo di individuazione- separazione;
  • la mentalizzazione del Sé corporeo;
  • la nascita sociale;
  • la definizione e formazione dei valori (questa più che un’area separata dello sviluppo è trasversale alle altre tre).

Il blocco in una di queste aree si traduce operativamente in un sintomo (attacchi di panico, uso di sostanze, disturbi del comportamento alimentare, etc). Il sintomo in adolescenza ha una doppia funzione: 1) di comunicare un disagio (segnala all’Io della persona e al suo contesto di riferimento che c’è un problema) e 2) di somministrare un’autocura (rappresenta un compromesso rispetto ad istanze in conflitto). Pertanto è importante sia accoglierlo nella sua dimensione di richiesta di aiuto, ovvero drammatizzando il sintomo (cioè non banalizzarlo, non ridurlo a spiegazioni razionali, non minimizzarlo o negarlo) sia tentare di ascoltarlo e tradurlo comprendendone la funzione; non avere fretta di eliminarlo per la funzione protettiva che spesso ha di difesa da un dolore psichico insopportabile.

Anche se la crisi adolescenziale è spesso l’espressione di uno stallo in più di un compito evolutivo (dei quattro elencati), il primo compito della consultazione è individuare attraverso l’espressione sintomatica prevalente quale l’area di sviluppo che più di altre sembra alla regia della crisi evolutiva. Fa eccezione il quarto compito evolutivo che sembra essere trasversale agli altri e quindi in qualche modo sempre presente: la costruzione degli ideali e dei valori presiede ad ognuna delle altre tre aree dello sviluppo (la negoziazione di ideali nuovi nella separazione dalla propria famiglia; gli ideali di Sé nella definizione del rapporto con il proprio corpo; i valori di riferimento nella nascita sociale). Dunque la lettura clinica del disagio adolescenziale sarà riferita ai primi tre compiti evolutivi declinati rispetto al quarto.

  • IL MODELLO IN PRATICA

Il primo punto è la concezione del cambiamento come evoluzione e non come cura. L’evoluzione è bloccata in relazione ad una crisi della cultura affettiva dominante che si è dimostrata inadatta a sostenere la crescita e lo sviluppo del Sé adolescenziale.

Pertanto i genitori sono coinvolti al fine di promuovere un cambiamento nella cultura affettiva, ovvero per promuovere una risimbolizzazione intesa come cambiamento della rappresentazione del soggetto in relazione all’oggetto e in funzione dei compiti di sviluppo, è importante che anche il contesto di crescita dell’adolescente modifichi le rappresentazioni rispetto allo sviluppo del Sé adolescenziale in direzione di rappresentazioni di ruolo più adeguate a sostenere la realizzazione dei compiti evolutivi fase-specifici.

Il primo obiettivo è necessario eseguire un bilancio evolutivo attraverso la perlustrazione con l’adolescente le rappresentazioni che lui stesso ha delle diverse aree di crescita e questo in una dimensione prevalentemente intrapsichica. Il bilancio evolutivo al termine della consultazione si restituisce all’adolescente e ai genitori, per aiutarlo ad avere rappresentazioni più nitide di sé, delle sue aspirazioni, della propria identità in formazione. La crisi avviene quando gli antichi miti affettivi non sono più in grado di orientare le scelte dell’individuo.

Pertanto ai colloqui diagnostici per il figlio vengono affiancati dei colloqui di consultazione per i genitori. L’ascolto specifico e separato per madre e padre con due terapeuti differenti da colui che ascolta il giovane paziente, è focalizzato sul singolo ruolo affettivo alle prese con le importanti trasformazioni adolescenziali del figlio.

Ogni terapeuta (del figlio, della madre e del padre) nel confronto in équipe è dunque chiamato a dare voce al ruolo affettivo con il quale è entrato in contatto: i vissuti, le rappresentazioni e i miti affettivi di ciascuno vengono ricomposti e contribuiscono a delineare lo scenario della storia familiare su cui si sta stagliando la crisi. Il tentativo è quello di prestare un ascolto selettivo alla cultura di ruolo della madre e del padre, limitando le inevitabili influenze degli aspetti personali, coniugali e professionali, e al tempo stesso per individuare le risorse di ruolo che ognuno può mettere al servizio della risoluzione della crisi adolescenziale.

Pur rinunciando alla possibilità di osservare in modo diretto o prioritario la dinamica della coppia coniugale o genitoriale, così come la relazione tra l’adolescente e i propri genitori, si preferisce intercettare immediatamente la motivazione che ha innescato la richiesta di aiuto, ovvero sono il ruolo affettivo paterno e materno che sono stati allertati di fronte ad una crisi evolutiva del figlio.

Al momento della restituzione, effettuata dai tre terapeuti insieme ai genitori con la presenza del figlio se lo desidera, viene comunicato loro lo scenario emerso, l’area di sviluppo che fa da regia alla crisi e un bilancio evolutivo in grado di dare senso alla crisi. I contenuti della restituzione vengono condivisi e concordati con l’adolescente prima dell’incontro.

La restituzione rappresenta un momento in cui la famiglia naturale si riflette in una famiglia istituzionale che funge da interprete dei ruoli affettivi dell’adolescente, della madre e del padre. Per i genitori è un momento in cui si ritrova una ristrutturazione del proprio stesso discorso e del proprio contributo alla comprensione della crisi, nonché un’occasione di chiarificazione. Lo scopo è di riaprire i canali comunicativi interrotti dal conflitto e chiarificare i bisogni evolutivi e rende possibile la definizione di un progetto di intervento relativo o meno ad ogni componente della famiglia.

La madre e il padre sono importanti, non solo per capire cosa è successo in passato nel rapporto con il figlio, ma anche per comprendere cosa è loro accaduto con l’ingresso in adolescenza del figlio: una volta sentite ed accolte le proprie angosce di ruolo, possono accettare e comprendere il significato della crisi, impegnandosi ad avvicinare al figlio le risorse utili alla realizzazione dei compiti evolutivi. Se si riesce a coinvolgerli in questo modo nel dispositivo clinico divengono un importantissima risorsa, una sorta di co-terapeuti.

  • ACCORGIMENTI SPECIFICI IN ADOLESCENZA

La prima considerazione è che la proposta di un lavoro psicologico che comporti elevati livelli di dipendenza dall’adulto mal si adatta alla fase evolutiva dell’adolescente. L’adolescente è alla ricerca della propria verità affettiva ed il compito principale è dunque quello di aiutarlo a fare chiarezza tra le varie, spesso confuse e contraddittorie, rappresentazioni che egli ha di sé stesso.

Per facilitare questo compito è necessario tenere a mente alcuni concetti chiavi:

  • la “diagnosi prolungata”: non ci si può aspettare di applicare regole predeterminate nella tempistica e nel numero dei colloqui per la realizzazione di un percorso diagnostico, prognostico e terapeutico utile ed efficace;
  • “relazione basata su identificazione e controidentificazione”: ovvero un approccio clinico da parte del terapeuta basato su un’identificazione empatica e globale dell’adolescente con lo scopo di metterlo davanti all’immagine che egli ha di sé (un effetto specchio) piuttosto che concentrarsi sui vissuti emotivi del giovane paziente nei confronti del terapeuta (transfert);
  • “tenerezza rispecchiante” investire sulla relazione come principale fattore trasformativo volta a stabilire un’affettuosa relazione di lavoro empatica
  • la “giusta distanza”: fare attenzione a modulare la propria presenza in seduta per trovare il tono affettivo più adatto al giovane interlocutore per evitare di correre il rischio di apparire troppo freddi o distaccati da un lato così come troppo seduttivi o intrusivi dall’altro.

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