Claustrofobia: da dove arriva

Claustrofobia: da dove arriva

CLAUSTROFOBIA: DA DOVE ARRIVA

I diversi studiosi che si sono occupati di claustrofobia, hanno formulato alcune ipotesi. Ora non vi dovete immaginare dei dottori in camice bianco e occhiali che osservano grandi gruppi di persone claustrofobiche, che somministrano loro questionari, o applicano elettrodi alla testa alla ricerca di evidenze scientifiche. La scienza psicoanalitica si basa sull’ascolto di ciò che dicono i nostri pazienti. È un ascolto controllato e rigoroso, nel senso che chi ascolta è uno psicoanalista allenato a tollerare, circoscrivere o più semplicemente contemplare l’effetto della propria soggettività nell’ascolto dell’altro. Si tratta quindi di un’obiettività, se proprio di obiettività vogliamo parlare, piuttosto speciale; a parere di alcuni, degli psicoanalisti ovviamente, l’unica cui conta veramente affidarsi quando ci si occupa di aspetti così ineffabili quali l’interiorità e i legami tra le persone.

Qui di seguito non esporrò in modo sistematico queste ipotesi, ma cercherò di operare una sintesi. L’intento è quello di suggerire in chi legge più domande che risposte perché lo scopo ultimo è quello di appropriarsi della propria claustrofobia di modo che non appartenga più ad un libro di psicopatologia ma ad un aspetto della propria persona. Questo, ovviamente, per far sì che possa tramutarsi in qualcos’altro che non sia solo il terrore dei luoghi chiusi.

Prendete in considerazione l’esperienza di non riuscire ad esprimersi: non è forse quella una situazione in cui ci si sente imprigionati in un’emozione che non ci si sente liberi di comunicare in parole?

Se il problema della claustrofobia fosse connesso alla possibilità di esprimere emozioni di cui si teme di perdere il controllo?

Altro esempio è il timore verso i propri sentimenti di odio, rabbia e furore. Se questi fossero liberati attraverso una loro espressione, o anche solo attraverso una presa d’atto cosciente, non porterebbero ad una situazione di pericolo?

In gergo, gli psicoanalisti indicano questo pericolo nei termini di “distruzione del proprio oggetto buono interno”. Cioè quell’aspetto di me, che conservo dentro di me, che mi rassicura quando le cose vanno storte, che è sempre in grado di farmi credere che nonostante tutto le cose andranno bene e che la mia vita non sarà in serio pericolo.

Trovato? Ecco se quell’aspetto di me è così potente da rassicurarmi, allora perché, nonostante tutto le cose mi vanno male? È colpa sua, è lui che non vuole aiutarmi! Ed ecco che in seguito ad una frustrazione rischio di prendermela con lui fino ad ucciderlo, ad annientarlo.

Lo so, sembra un po’ teatrale, e non è neanche una pièce di altissimo livello…tuttavia ciò che qui descrivo in modo elementare, in una mente adulta e complessa viene vissuto solo nei suoi derivati: non ci si rende conto di tutto ciò ma solo di alcune conseguenze, associazioni ed emozioni evocate da queste. Ad esempio è molto frequente riscontrare un pervasivo senso di colpa, la paura di non proteggere o non prendersi abbastanza cura delle persone che si amano, o al contrario un senso di indifferenza, un appiattimento delle emozioni.

Ora prima di fare un’ipotesi ancora più ardita, torniamo un attimo su “l’oggetto buono interno”. Perché oggetto? Non poteva chiamarsi voce interiore? Parliamo di oggetto perché ha origine da un rapporto con qualcuno, i genitori in primis e poi molti altri che sono stati per noi importanti e oggetto di una relazione. Ora l’ipotesi ardita è che quello stesso oggetto è così importante e potente che non sono io a contenerlo o possederlo, ma è lui a contenere me; cioè non è dentro di me, ma sono io ad essere dentro di lui, proprio come un bambino nella pancia della mamma: allora se lo uccido rischio di rimanere dentro una madre morta?! Non è forse il timore di essere sepolti vivi, così caratteristico di alcune claustrofobie?

Alcuni psicoanalisti, uno in particolare (Fachinelli) hanno esplorato, condiviso ed in qualche modo accertato le molte gioie del rinchiudersi in uno spazio sicuro secondo il modello del soggiorno fetale, dando a questa tendenza universale il nome di claustrofilia. Perché allora per alcuni ciò che per altri è un’esperienza attraente e potenzialmente ristrutturante, è qualcosa di potenzialmente letale?

Il linguaggio ci sostiene quando dobbiamo descrivere l’esperienza della nascita in relazione a qualcuno, in relazione alla madre in particolare: sono stato partorito, sono stato generato; così come ci sostiene nel riferire l’esperienza, per quanto immaginaria sia, dell’essere concepiti e questo sempre in relazione a qualcuno che concepisce…tuttavia non ci sostiene nel momento in cui dobbiamo descrivere l’esperienza dello stare nella pancia per nove mesi: come possiamo dire se vogliamo intendere che siamo stati nella pancia per nove mesi: è l’esperienza dell’essere gravidanzionati ??

Eppure è un’esperienza lunga e di cui ormai si riconosce la valenza psichica: la mente ha già delle funzioni senzienti dopo i primi tre mesi; c’è un’attività cerebrale e pertanto anche mentale; ci sono dei movimenti di suzione e sono sviluppati gli organi percettivi olfattivi, uditivi etc. Inoltre evidenze sperimentali ci dicono che è già attiva una prima forma di memoria che consente al neonato di riconoscere come familiari le voci che ha sentito nel corso della gravidanza.

Mentre possiamo tranquillamente esprimere il concetto di rinascita in relazione ad alcuni eventi di vita, ci è difficile poter esprimere il concetto di essere stati “incubati”: a meno che, certo, non siamo noi ad incubare; se siamo noi degli incubatori possiamo ricorrere facilmente a questo frame di esperienza vissuta (incubare una malattia, covare un rancore, etc).

Permettetemi un piccolo excursus etimologico. “L’incubare” oggi si associa facilmente alla macchina per bambini prematuri: come se non disponessimo di altro termine che non implichi che l’esperienza dell’essere nella pancia è disumanizzante per il contenitore. Facendoci soccorrere dall’etimologia scopriamo inoltre che l’alone negativo era presente anche in passato; dove al posto della disumanizzazione, data dalla sostituzione del contenitore materno con il macchinario, troviamo qualcosa di demoniaco. Incubare ha la stessa etimologia di incubo, il cui significato è di giacere sopra, covare da un lato, e dall’altro descrive l’abitudine del demone incubus che ha l’abitudine di giacere sessualmente in modo disordinato con le donne o di premere la notte l’epigastrio ai dormienti causando loro sensazioni angosciose.

La fragilità, il tabù con cui ci si avvicina a questo tipo di esperienza non è solo semantico o linguistico: esprime chiaramente il timore reverenziale che implica l’essere racchiusi nel corpo di qualcuno: dipendere da lui-lei-esso nutrirsi del suo stesso nutrimento e non poter uscire se non grazie a lui: un vero incubo.

In quest’ottica si può certamente meglio capire come sia possibile o prevedibile “l’incidente di percorso” della claustrofobia, all’interno di una più generale tendenza a cercare come rivitalizzante e creativa una situazione claustrofilica

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