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Quando i ragazzi vanno male a scuola

Perché i ragazzi fanno fatica a studiare? In questo articolo affrontiamo il tema della demotivazione allo studio che tanto preoccupa e angoscia i genitori, gli insegnanti e sicuramente gli stessi ragazzi. Demotivazione, da un lato, e scarso rendimento scolastico, dall’altro lato, producono anche una scarsa autostima. Cercheremo di capire che cosa succede quando si è impegnati in un compito di apprendimento e cosa significa studiare in modo strategico e quali sono gli effetti positivi che questo comporta. Stando all’esperienza degli psicologi scolastici, spesso gli insegnanti si lamentano che i loro alunni sono demotivati nei confronti degli impegni scolastici, non interessati alla scuola, ma la cosa che li stupisce maggiormente, che non riescono a spiegarsi, è che si tratta di alunni che sono capaci e dotati. La letteratura psicologica ci dice che si tratta di studenti che, se valutati con test di livello (WISC o WAIS), possiedono un funzionamento cognitivo nella media ma in fase di studio il loro rendimento non è consono rispetto alle potenzialità possedute. Non ci sono disturbi di apprendimento specifici e le difficoltà di apprendimento di questi alunni sono ascrivibili all’area del disturbo di apprendimento non specifico. Gli studi portati avanti nel campo della psicologia dell’apprendimento sostengono che in questi alunni i processi di monitoraggio e di controllo delle operazioni cognitive, ovvero i processi metacognitivi, risultano carenti (Cornoldi e al. 2001). Cosa succede quando si è impegnati in un compito di apprendimento? Iniziamo con il dire che studiare è un tipo di apprendimento intenzionale, intenzionalità e autoregolazione sono due caratteristiche dello studio. Gli studi condotti nel campo della psicologia cognitivista hanno evidenziato che quando una persona è impegnata in un compito di apprendimento mette in atto un proprio...
sindrome-da-deficit-di-attenzione-e-iperattività

Adhd: sintomi, diagnosi, cause e cure

Mi chiamo G. ho nove anni e frequento la quarta b. Odio la scuola. Le maestre mi mettono sempre dietro la lavagna. Quando sto in classe non riesco a stare attento e mi alzo sempre dal banco. Non so cosa ho, ma è più forte di me! Anche mamma e papà mi sgridano sempre. Non ce la faccio più, la mia vita è diventata un incubo! Come G. oggi ci sono molti bambini  che vivono la stessa situazione. Lavorando come psicologo scolastico, sempre più  frequentemente incontro docenti che mi inseguono nei corridoi della scuola chiedendomi disperatamente un consiglio per uno o più  bambini della loro classe. Questi alunni non riescono a stare seduti al banco, si dimenano continuamente sulla propria sedia, disturbano l’andamento delle lezioni, provocano i compagni,  non mantengono l’attenzione e la concentrazione su un compito per più di qualche minuto. Anche i genitori sono disperati. A casa il bambino ha un comportamento dirompente, ha difficoltà ad organizzarsi e a portare a termine i compiti; salta continuamente da una cosa all’altra, è distratto da cose o rumori per altri irrilevanti, parla incessantemente, non attende il proprio turno in una conversazione sparando le risposte prima che le domande siano state formulate. Deficit di attenzione e Iperattività: cosa è? Il DSM 5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali nella sua quinta edizione) racchiude i bambini con questo disagio nella categoria diagnostica dell’ADHD (Attention deficit hyperactivity disorder). Specifica che il disagio deve creare una compromissione del funzionamento sociale e scolastico per un periodo di almeno sei mesi. Specifica, inoltre, anche i sottotipi di ADHD: quello con disattenzione predominante quello con...
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Il Mio Bambino è Borderline? Disturbo Borderline nell’Infanzia

Prima di addentrarci nell’argomento, ci teniamo a specificare che ai bambini non può essere diagnosticato il Disturbo di Personalità Borderline poiché la loro personalità in continuo divenire. Dunque perché venga diagnosticato il Disturbo Borderline è necessario che il paziente sia un adulto, anche se giovane. Tuttavia è importante saper riconoscere determinati atteggiamenti “al limite” che potrebbero cristallizzarsi, compromettendo il benessere psichico del bambino. Di solito questi “segnali” vengono ravvisati dalla famiglia e dagli insegnanti che hanno difficoltà con l’organizzazione quotidiana e scolastica del piccolo. Quali comportamenti possono rappresentare un campanello d’allarme? Anzitutto bisogna prestare attenzione ai casi in cui un bambino sembra spesso incapace di gestire le proprie emozioni. Il saper gestire le proprie emozioni – e le conseguenti reazioni – è una capacità che il bambino apprende con l’esperienza quotidiana. Inquietante può divenire la frequenza con la quale il bambino reagisce perdendo il controllo di se stesso, esasperando le proprie reazioni emotive. Nello specifico, dei campanelli di allarme possono essere: frequenti scoppi di rabbia e di pianto non adeguati alla situazione; frequenti oscillazioni d’umore; incapacità di socializzare in modo adeguato: il bambino cerca di instaurare e mantenere relazioni esclusive per la paura – motivata o meno – di essere “abbandonato” oppure si mostra particolarmente incerto e timido verso gli estranei o, ancora, mostra uno spiccato sentimentalismo; dipendenza dall’approvazione altrui; irritabilità e intolleranza alla frustrazione accompagnate, spesso, da sensazioni di vuoto e perdita; comportamenti di evitamento rispetto a tutte le situazioni che potrebbero risultare frustranti; elevata reattività nei confronti degli stimoli e delle gratificazioni; gesti autolesivi o comportamenti autodistruttivi; stati dissociativi o idee paranoidi, soprattutto nei momenti di forte stress emotivo;  spiccati timore o aggressività; preferenza di...
suicidio in adolescenza

Cosa può Portare al Suicidio in Adolescenza?

Secondo i dati riportati nel 2004 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, nelle civiltà occidentali il suicidio rappresenta la seconda causa di morte tra i giovani tra i 15 e i 29 anni. Non si deve però pensare che i giovani che commettono suicidio abbiano tutti dei disturbi psicologici. Anzi, chi lavora con adolescenti con condotte suicide ha rilevato che il suicidio in adolescenza non è questione di psicopatologia. Ci si potrebbe infatti aspettare di incontrare giovani molto sofferenti, ricchi di sintomi, depressi, sconfitti, ritirati e solitari. Questa è l’immagine che ci si può fare lavorando in strutture psichiatriche per giovani adulti dove si incontrano persone già sofferenti a causa di una psicopatologia molto grave che può condurli al gesto suicida. Tuttavia, nella maggior parte di altri casi, chi commette il suicidio non presenta in modo né evidente né conclamato un disturbo psichico. Il profilo sembra più quello di una persona dotata, con molte risorse e in grado di mostrarsi capace e funzionante. Il problema del suicidio in adolescenza ha a che fare con il processo di costruzione del senso di sé, del senso della propria solidità, sia in rapporto ad una definizione di sé e delle proprie scelte autonome ed indipendenti, sia in rapporto alle prime delusioni sentimentali ed identitarie che espongono ad intense sensazioni di auto-svalutazione (in termini tecnici: vulnerabilità narcisistica). Questa fragilità è fortemente e specificamente connessa all’adolescenza, una fase di sviluppo il cui compito evolutivo comporta: il raggiungimento di una nuova definizione dell’identità; il completamento del processo di separazione dai genitori attraverso l’individuazione di sé; la dolorosa rinuncia al mondo immaginario e illusorio dell’infanzia, durante la quale ciò che era immaginabile coincideva con ciò...